L’HOMELESSNESS TRA I CITTADINI EUROPEI IN TRANSITO NELL’AREA COMUNITARIA

Quali sono le ragioni, quali le soluzioni?

di Donatella De Vito, gruppo europa

Il seminario ha cercato di esplorare le ragioni della vulnerabilità all’homelessness dei migranti di cittadinanza europea attraverso due sessioni: la prima, finalizzata ad analizzare le esperienze di diversi fornitori di servizi per homeless comunitari, la seconda incentrata sui progetti sviluppati da alcuni attori nord-europei per fornire una risposta adeguata questo problema.

Il primo caso presentato è quello del progetto danese Project Udenfor. A Copenhagen, unica città danese interessata dall’homelessness, la maggior parte dei senza fissa dimora ha cittadinanza europea (9 su 10), i dati raccolti dimostrano che la quota principale è rappresentata giovani, forti, e poveri, che arrivano in Danimarca alla ricerca di un lavoro, magari dopo aver tentato di inserirsi, senza successo, in Italia, Germania o in un altro paese europeo. Solo una piccola parte ha invece problemi legati all’ alcolismo/ dipendenze. La maggior parte di loro è finita in strada mentre cercava una vita migliore, a causa del fallimento del proprio percorso migratorio. Un volta in strada, finisce spesso per entrare in una spirale senza via di uscita e non riesce più a trovare il lavoro e le possibilità di inserimento che stava cercando . Come fare, quindi? Il progetto Undefor è finalizzato all’attivare risorse per promuovere l’inserimento lavorativo e sociale dei migranti lavoratori, finiti in strada da poco tempo a causa della perdita di un lavoro precario. Per coloro che non mostrano possibilità di inserimento la soluzione promossa è il rimpatrio. Non ci sono ancora dati attendibili circa la reale riuscita dei progetti di rimpatrio realizzati all’interno del progetto, anche se l’esperienza del progetto Udenfor ha messo in luce che è possibile rimpatriare solo chi vuole essere rimpatriato, e che è necessario investire risorse per la riuscita di questi progetti, affinché il ritorno al proprio paese sia preparato bene, e vada a buon fine.

Sarah Macfadyen di Crisis, Londra, presenta invece la situazione londinese. A Londra, il 16% degli homeless ha cittaddinanza europea, in prevalenza spagnola e romena. Il fenomeno è in progressivo aumento: se nel 2011 gli homeless di cittadinanza europea erano 845, oggi sono 2695, 36% dei quali con cittadinanza romena, polacca o lituana. Il 28% di loro vive in strada da un anno, mentre il 14% solo da una settimana. E’ un dato molto indicativo, che mette in luce come spesso il problema dell’homelessness dei comunitari sia legato a problemi relativi alla perdita di un lavoro precario e mal pagato, alle difficoltà di accesso all’housing, e alla mancanza di accesso a reti di sicurezza sociale. Sarah sottolinea che è necessaria una risposta specifica a questo problema, che permetta di intervenire tempestivamente e efficacemente sul problema, e su quel 14% di persone che possono evitare di entrare nel circuito della cronicità. Tuttavia, in Inghilterra c’è una strategia limitata sul tema, e poca volontà politica di risolvere il problema. Si sta infatti pensando a come restringere ulteriormente l’accesso dei comunitari al sistema di previdenza sociale e ai servizi per l’impiego. Si stanno sviluppando politiche di rimpatrio, che però non offrono evidenze e dati circa la loro effettiva riuscita. Si sta inoltre rafforzando la retorica sugli ingressi, si inizia a pensare a forme restrittive circa la riammissione dei cittadini comunitari che sono stati precedentemente trovati a vivere per strada e per coloro che abusano della libertà di circolazione (come , ad esempio ,i mendicanti).

Tuttavia, soluzioni possibili, sperimentabili, ci sono. Bisognerebbe puntare su interventi di supporto all’inserimento lavorativo, a misure di supporto progressivo. Attivare di politiche di housing di emergenza , che diano la possibilità di affittare ad un costo calmierato e accessibile a chi percepisce un reddito basso. E’ poi necessario controllare e verificare l’efficacia dei progetti di rimpatrio , di modo da avere dati attendibili circa la loro effettiva riuscita nel lungo periodo. Infine, è necessario fare pressione affinchè venga sviluppata un’ azione ampia a livello europeo, di modo da incidere sulla situazione attuale e sulle cause per cui molti europei migrano all’interno della UE, come la mancanza di lavoro e la discriminazione.

Nella seconda parte della mattinata Fabrizio Vittoria di Goteborg City mission presenta il progetto Crossroads: il progetto ha l’obiettivo di contrastare l’esclusione degli homeless comunitari che vivono in Svezia attraverso azioni di ascolto, tutoring sociale, e mediazione legale. Il progetto cerca di sostenere gli homeless di cittadinanza europea informandoli sui loro diritti e cercando di attivare reti di supporto con i servizi sociali e le autorità. Si cerca quindi di combinare la fornitura di servizi primari necessari ( come il cibo, i vestiti), all’ assistenza, legale, lavorativa, istituzionale , cercando di fare da ponte tra gli homeless e le istituzioni. In Svezia, infatti, chi non lavora non ha accesso ai servizi sociali. Se sei un cittadino comunitario, sei in Svezia per cercare un lavoro e vuoi iscriverti al Servizio Sanitario Nazionale, non puoi, non è possibile. E questa, di fatto, è una discriminazione. Per questo, il progetto prevede l’elaborazione di report e position paper, nonché lo sviluppo di azioni di advocacy volte a influenzare l’opinione pubblica e ad incidere positivamente su questo problema.

Thomas Land Christiensen di Copenhagen presenta il progetto Transit , sviluppato dal Comune di Copenhagen per cercare di intervenire sul problema dell’homelessness dei cittadini UE. Il progetto ha messo in rete 7 diverse organizzazioni della società civile , tutti specializzate nell’assistenza a persone svantaggiate e/o senza fissa dimora. L’obiettivo è fornire ai cittadini comunitari che finiscono per strada tutta l’assistenza che necessitano per il loro reinserimento. All’interno di questo progetto, i diversi attori e stakeholders chiamati ad intervenire sul problema lavorano insieme, fornendo contributi diversi. Il progetto ha messo in luce che il target principale è rappresentato da migranti comunitari che cercano lavoro e che non versano in condizioni di vulnerabilità . Persone che sostenute con risorse e progettualità mirate, riescono a uscire dall’homelessness, come confermato dai dati della prima annualità. E’ quindi necessario sviluppare politiche europee per cercare di intervenire efficacemente su questo problema , in quanto è possibile ottenere buoni risultati.

Nel dibattito finale, Micheal Langwiesnes di EUROCITIES esprime la propria preoccupazione circa il disinteresse della Comunità Europea sul questo tema emergente. L’attenzione dell’’Europa al problema dei rifugiati rischia di mettere in ombra il problema dei senza fissa dimora e dell’homelessnes dei comunitari, che è in progressivo aumento. Il progetto “Linked to work”, finanziato dalla Comunità Europea per promuovere l’inserimento dei migranti comunitari in condizioni di vulnerabilità è riuscito a promuovere l’occupazione di oltre 200 persone svantaggiate, dimostrando che è effettivamente possibile contrastare il problema. Per continuare su questa strada, però, servono fondi specifici. Non si può pensare di usare i soldi finalizzati al contrasto dell’homelessness per intervenire su problemi che sono principalmente legati alla migrazione di cittadini comunitari all’interno della UE. Bisogna infine promuovere connessioni e scambi tra i servizi sociali presenti nei diversi paesi europei, di modo da favorire la circolazione di buone pratiche e l’esportazione di modelli virtuosi d’intervento.

Freek Spinnenwjin di FEANTSA condivide la frustrazione relativa alla mancanza di azione sul tema e sulla difficoltà di metterlo nell’agenda delle istituzioni europee, nonostante sia importante tenerlo presente perché è un problema che, per ora, riguarda poche persone e può essere risolto. Per questo è necessario agire, promuovendo lo scambio e l’esportazione dei modelli esistenti e in parte presentati durante il seminario. E’ importante finanziare ricerche per avere dati sul fenomeno, e sulla effettiva riuscita delle politiche e dei programmi di rimpatrio. E’ infatti un bene poter tornare nel proprio paese, ma a che cosa?Ad un’altra situazione di homelessness? Infine, bisogna quindi supportare con fondi specifici il settore , per riuscire ad incoraggiare i diversi attori coinvolti nel problema ad usarli per importare buone pratiche. L’homelessness dei cittadini EU non è un problema dalle dimensioni imponenti, e può essere risolto. Quindi, va rimesso in agenda.

Nel raccogliere le questioni sollevate dai diversi relatori e concludere il seminario, La rappresentante del Parlamento Europeo Sylvie Goulard fa presente che ci sono stati diversi tentativi per rimettere in agenda il problema , ma che è molto difficile. L’emergenza dei richiedenti asilo sta di fatto monopolizzando l’attenzione dei diversi paesi europei e sta creando nuove e diverse questioni. Inoltre, la bozza di accordo stipulata dalla UK sul caso Brexit è preoccupante. E’ giusto cercare soluzioni per salvaguardare il proprio sistema di welfare, come sta facendo l’Inghilterra e altri paesi del Nord Europa, ma la tendenza negativa verso i comunitari non è accettabile. Bisogna prendere posizione. Il rischio di competizione tra autoctoni e immigrati è alto, e l’emergenza richiedenti asilo rischia di incancrenire ulteriormente il problema. E non c’è niente di peggio che metterei poveri in competizione