Dal cibo alla salute, il rapporto della Commissione Europea racconta alcuni progetti realizzati grazie al Fund for European Aid to the Most Deprived

07 marzo 2018

Il Fund for European Aid to the Most Deprived (FEAD) è un fondo europeo finalizzato al sostegno agli indigenti sia attraverso la fornitura di beni materiali essenziali (coma cibo e vestiari), sia attraverso servizi di supporto specifici, come servizi rivolti all’ascolto delle persone fragili e all’inclusione lavorativa. Con l’obiettivo di fare uscire dalla condizione di povertà 20 milioni di persone entro il 2020, l’Unione Europea ha investito nel FEAD 3,8 miliardi di euro per il periodo 2014-2020, mentre ai singoli Stati membri compete un cofinanziamento di almeno il 15%.

Nei giorni scorsi è stato pubblicato il rapporto Diverse approaches to supporting Europe’s most deprived – FEAD case studies 2017 della Commissione Europea che, analogamente a quanto fatto nel 2016, racconta alcuni studi di caso realizzati attraverso il FEAD. Secondo quanto riporta lo studio, oltre 15 milioni di persone, nel 2016, hanno beneficiato di progetti finanziati attraverso il FEAD e sono stati distribuiti aiuti alimentari per oltre 900.000 tonnellate. Vi segnaliamo di seguito i dati più interessanti.

 

Gli aiuti alimentari

Sebbene il ventaglio di iniziative sviluppate grazie al FEAD sia molto ampio, molte di esse sono finalizzate al contrasto alla povertà alimentare, tramite la fornitura di prodotti alimentari. Tra i casi raccontati nel rapporto c’è, ad esempio, quello della Repubblica Ceca e dello “School lunches for disadvantaged children programme”, che copre il costo del pasto a scuola per i bambini di famiglie indigenti (un terzo del costo è infatti a carico dello Stato, un terzo degli enti locali, un terzo delle famiglie). I bambini sono identificati dagli uffici competenti; una volta contattati i genitori possono decidere se beneficiare dell’aiuto e, in tal caso, i contributi sono versati direttamente dal governo regionale alle scuola, così da evitare fenomeni di “stigma”. Questa modalità garantisce inoltre che il contributo sia speso a favore dei bambini.

Molto spesso, inoltre, i progetti realizzati col FEAD utilizzano il cibo come veicolo per agganciare le persone indigenti e coinvolgerle in progetti di più ampio respiro. Ad esempio, in Slovacchia la distribuzione dei pacchi alimentari è fatta da assistenti sociali accreditati, che accanto ai prodotti alimentari offrono agli utenti ulteriori servizi per l’inclusione sociale – a volte a mezzo di semplici opuscoli informativi, altre tramite colloqui individuali o di gruppo.


La salute

Povertà e malattia sono fenomeni spesso correlati. Tra le persone indigenti infatti la cultura della prevenzione è scarsamente diffusa, così come quella della salute più in generale. Per questo motivo è nato, Bättre Hälsa (Better Health) un programma realizzato grazie al sostegno di alcune ONG locali svedesi. Volontari e specialisti cercano di intercettare le donne vulnerabili che vivono nelle città di Gothenburg, Malmö e Stoccolma, e offrono loro informazioni pratiche sull’igiene personale, sulla cura della propria salute – fisica e mentale – su gravidanza e contraccezione. La formazione avviene in modo molto pratico e spesso con l’ausilio di interpreti, per le straniere, o di immagini o filmati per le donne analfabete.


Il caso italiano

Anche quest’anno il rapporto racconta due esperienze italiane. Una è quella degli incontri di programmazione e coordinamento che il Ministero del lavoro e delle politiche sociali tiene periodicamente con le organizzazioni partner e con quegli attori che, a vario titolo, sono coinvolti nell’implementazione di progetti finanziati dal FEAD – ONG, enti locali, AGEA, ecc. L’altra è quella di Housing First Network Italy (NHFI), nato nel 2014 e coordinato da fio.PSD (Federazione italiana Organismi per le Persone Senza Dimora). L’approccio Housing First è nato agli inizi degli anni ’90 negli Stati Uniti per sostenere le persone senza dimora con necessità complesse (in particolare legate all’abuso di sostanze e/o al disagio psichico). Il presupposto di questo programma sta nel suo nome, “housing first”, ovvero: la casa, prima di tutto. L’abitazione è vista come punto di partenza invece che come obiettivo finale di un percorso, invertendo il comune meccanismo di intervento di contrasto alla homelessness. Tra i 2014 e il 2016, racconta il report, il programma ha reso disponibili 90 alloggi per 187 persone. Inoltre, grazie a 35 progetti, 556 senza tetto sono stati aiutati a trovare una casa.