Il gruppo lavora su una sorta di Manifesto del dubbio: Sistemi di accoglienza per?

Etimologia

  • Definizione di sistema: stare insieme con insieme di regole, interdipendenza
  • Definizione di accoglienza: acc + colligere. Portare dentro anche in senso affettivo. Accoglienza è diversa da ospitalità. possibilità di legare insieme più persone anche in senso affettivo secondo delle regole che vanno oltre l’ovvia convivenza e che rendano interdipendenti le persone.

Definizione molto aperta.

Immagine della filiera, con continue interazioni tra ambiti diversi che presentano spazi di sovrapposizione. Anche i servizi devono aver coerenza al proprio interno. Filiera, filo ma comunque circolare. Rete crea legami ma a volte può essere trappola.

Si torna a riflettere, e dubitare, sull’importanza dei valori e principi emersi durante l’incontro precedente:

  • la giustizia, nel triplice significato di riscatto sociale, pari opportunità e accesso ai servizi
  • far valere il cambiamento
  • l’inclusione intesa come integrazione
  • la parità di genere (emersa da un gruppo di soli uomini…)
  • rispetto nel senso di restituire dignità alle parti
  • la professionalità
  • l’identità come territorio e luogo del riconoscimento
  • l’educazione nel senso, cioè che il sistema sia educante (da educere) e faccia emergere le potenzialità di ne fa parte e di chi viene accolto
  • la legalità in linea con il rispetto delle regole e della legittimità dei percorsi
  • l’umanità intesa come amore per le persone tutte, con pari dignità e per un’accoglienza indiscriminata
  • la democrazia come partecipazione di tutti e come protagonismo degli ultimi
  • il diritto e il coraggio.

Qualcuno mette a tema i buchi dell’accoglienzae la mancata promozione della dimensione umana.

  • Cosa è l’accoglienza per le persone senza dimora?
  • territori in cui istituzioni e società civili si incontrano per e con le persone senza dimora (che sono comunque cittadini attivi!)
  • Quale aspetto culturale?

Il nostro sistema di accoglienza imbriglia le persone senza dimora, non facciamo altro che riprodurre noi stessi, col fine dell’auto-mantenimento.

  • Quale professionalità?

Emerge, nel racconto degli operatori il conflitto del dover uscire o meno dal proprio ruolo. Non si tratta solo della professionalità del singolo operatore ma della necessità di un buon numero di professionisti.

Il riconoscimento della professionalità non va a scapito dell’umanità dell’operatore. Bisogna essere altamente professionali da non far pesare all’altro la differenza dei ruoli.

  • È difficile valorizzare le risorse della persona senza dimora quando lo si definisce per quello che non ha! Come si fa a definire una persona per quello che non ha? Il diabetico ha il diabete, ma la persona senza dimora?
  • Problema delle leggi e della giustizia (esempio delle multe) che imbriglia ancora di più la persona senza dimora.

Relazioni d’aiuto

  • Come intervenire?
  • Offrire possibilità gratuite o far interventi di “recupero dell’autonomia”?

Nelle relazioni di aiuto con le persone senza dimora si nega l’aiuto proprio definendolo per quello che non ha e non facendolo collaborare attivamente all’accoglienza!

  • Perché non trovare legami/stratagemmi/idee alternative tra la persona senza dimora, noi operatori e la comunità?

Parlare di diritti, senza però cadere nel semplice “erogare prestazioni” alle persone altrimenti si cronicizzano, si adeguano. Si evidenzia un mancato riconoscimento dei diritti fondamentali che crea “scarti”.

La contrattazione dei servizi può diventare uno stimolo alla persona. La personalizzazione degli interventi educativi, la compartecipazione, l’idea di un contratto come spazio di reciprocità, in cui si da sostegno mentre si promuove “autonomia”.

Problema della mancanza di lavoro e della casa.

Questo va in parallelo con l’esiguità delle risorse che ci porta a dare risposte di emergenze, contrarie alle linee guida. Tante volte i servizi sono saturi, è difficile un ricambio.

Bisogna che il sistema di accoglienza diventi comunità, famiglia alternativa per le persone senza dimora che non hanno famiglia. Il sistema di accoglienza, che dovrebbe includere, attiene alle marginalità ma finché ne fai parte sei marginale! È un paradosso.

Da dentro, il sistema deve creare le risorse necessarie.

  • Il servizio di accoglienza è ancora attuale?

Possiamo vedere i Sistemi di Accoglienzacome sistemi della cura di sé, della persona (sia della persona senza dimora che dell’operatore), aperti alla novità, quando emerge la capacità del sistema di “rivedersi”, orientati alla socializzazione sul territorio.

Emerge sempre nei nostri discorsi la patologia psichiatrica, le persone senza fissa dimora non rientrano nel sistema sanitario e finiscono nelle nostre strutture. Ci sono anche persone senza dimora anziani o con gravi problemi sanitari non riconosciuti dove le istituzioni politiche non intervengono.

Problema degli stranieri usciti dai CAS/SPRAR. Nel gruppo ci sono state molte condivisioni di esperienze di operatori in prima linea.

Noi operatori siamo accompagnatori, mediatori per queste situazioni che devono entrare negli altri servizi.

Proposte operative

  • creare gruppi/tavoli di lavoro che raccordino servizi di vari enti, da enti sociali a privati, in cui ci si parla e si riflette su varie situazioni affinché si raggiunga l’obiettivo per la persona. Importanza della comunicazione tra diversi servizi per poter agganciare la persona senza dimora. Ci saranno difficoltà perché i servizi sociali, e la psichiatria, non aiutano in alcuni casi ma l’accoglienza deve essere fatta da tutti i sistemi all’interno del sistema di accoglienza!
  • promuovere i coordinamenti a livello cittadino. È importante far cultura in questo campo. Si confonde, infatti, la questione della povertà con il problema della sicurezza. È comunque un sistema espulsivo, a gradini, per cui se non superi un determinato step torni in strada.
  • programmazione e organizzazione delle attività (per esempio, evitare di ritrovarsi ad ottobre a parlare dell’emergenza freddo, anticipare queste riunioni!)
  • coinvolgere a livello diffuso tutto il territorio, comprese le parrocchie e le realtà no profit già esistenti (positiva l’esperienza di Bologna)
  • promuovere la partecipazione delle persone che usufruiscono dei dormitori: riunioni come momento di “attivazione” in cui si riportano anche i bisogni
  • incrementare uso di politiche attive sul territorio (esperienza Ancona: progetto Con-tatto e esperienza “La casa dei papà”) che poi effettivamente rendono possibile la moltiplicazione di risorse e che permettono a più persone di essere “raggiunte”
  • coinvolgere il volontariato, affiancato da professionisti (esperienza Genova, START UP). Anche i volontari vanno seguiti dagli operatori affinché non si sostituiscano all’utente ma lo affianchino.

Prossimo incontro: luglio 2018