Metafore, significati e prospettive dal mondo sopra e da quello interno

di Paolo Brusa, gruppo europa

Esiste una convinzione radicata nella lettura olistica e analitica della realtà, che assegna alla cultura e alla società in cui le persone sono inserite un ruolo primario nella definizione della significazione dell’esistenza.

Esistono cioè dei filtri sociali e culturali che determinano quali elementi possano filtrare e imporsi, e quali debbano essere spostati altrove e rimossi. Penso sia fondamentale per chiunque operi a vario titolo nell’ambito della cura, e del prendersi cura, lo sviluppare le competenze e il mantenere viva la capacità di leggere l’influenza che la componente valoriale della società ha sul modo di vivere e di significarsi delle persone. Riconoscere la differenza tra la realtà e la narrazione che di essa ne viene fatta spesso è il punto base per evitare che gli interventi volti al cambiamento e alla cura si riducano come risultato netto a mero adattamento alla “normalità”, anche se magnificamente intitolati secondo il motivo più di moda e politicamente corretto del momento.

Quello a cui capita di assistere è un movimento particolare: un costante esercizio di pressione il cui effetto è lo slittamento della realtà nella narrazione particolare. L’etimo del particolare rimanda ad un significato di essere di parte, solitamente di una parte, e della sua natura di fare della peculiarità una componente esclusiva.

Durante il mio lavoro, spesso mi capita di ricevere la richiesta di esempi pratici che consentano di rappresentare e dirne qualcosa di un funzionamento o di una struttura psicologica. In questi casi cerco sempre di essere il più semplice possibile. Inoltre, dato che lavoro con persone che operano a titoli diversi nella cura e nell’educazione, e quindi nella professione di prendersi cura e di favorire il cambiamento, cerco di offrire una prospettiva di movimento diverso da quello dato dal mainstreaming.

Lavorando con organizzazioni, équipe e gruppi di lavoro, li risiede l’ambito in cui si declina il mio obiettivo di favorire un cambiamento. Toccherà poi a loro, organizzazioni, équipe e gruppi, rappresentare un tangibile e vero momento di cambiamento, inizialmente interno, per poi essere credibili nell’operare per un cambiamento delle persone con cui e per cui lavorano.

Quando viene offerta un’apertura al mondo interno rispetto al mondo “sopra”-determinato e determinante, allora l’estraniamento, la di-scoperta e il perturbante avranno fatto un piccolo magico ingresso.

A volte, come da qualche anno a questa parte, il mondo “sopra”-determinante della scena pubblica offre una serie di visioni immediate che rimandano in metafora a diversi meccanismi e strutture psichiche.

Giocare la significazione può diventare un momento interessante di questo percorso.

Ad esempio, è possibile giocare nella significazione di termini come psicosi, nevrosi, schizofrenia, paranoia. Diventa interessante notare che, se nella psicosi si rimuove la realtà mentre permane il desiderio (come nell’innamoramento più sfrenato), nella nevrosi il centro della scena è comunque rappresentato dal soggetto.

Le diverse famiglie psicotiche hanno loro modalità peculiari. Nella schizofrenia il corpo non sta e non può stare insieme, da cui deriva come il soggetto diventi esperienza di inesistenza. Nella paranoia tutto viene attribuito proiettivamente all’altro, con un movimento il cui risultato è che la persona sta sempre nell’innocenza rispetto alla colpevolezza dell’altro, unico luogo da cui ci si guarda. La perversione, poi, opera un meccanismo per cui l’altro scompare, sostituito da una dimensione sovra-determinante che sgrava il soggetto dal prendersi la responsabilità dell’atto.

Quando un movimento tende alla metonimia e alla forclusione, quando identificazione e riconoscimento passano dall’utilità del particolare, il tutto prende una forma interessante. Quando il contesto viene proposto alla lettura, e quindi alla rappresentazione sociale e condivisa, attraverso una dimensione immaginaria in cui se c’è differenza tra narrazione e realtà, il problema è della realtà, allora diventa importante dirne qualcosa.

Su base quasi quotidiana si può sperimentare il fenomeno dell’alternanza tra entusiasmo e minimizzazione rispetto ai dati che afferiscono alla realtà, e che se possono “occasionalmente” differire dalla narrazione ufficiale, ne vengono prontamente imbrigliati e devono li essere ricondotti.

Un paio di esempi pratici possono aiutare. I dati che sono stati condivisi a fine marzo con il gruppo sul lavoro di Feantsa possono aprire uno spiraglio: prendiamo la disoccupazione e l’occupazione. Molti ne parlano. I numeri si prestano a molte letture, e interpretazioni.

Ci si potrebbe aspettare che indici di una misura e del suo contrario siano mutualmente reciproci ed escludenti, creando come somma l’unità.

La matematica e l’esperienza elementare ci suggerisce che se le mele che compro sono 10, il rapporto tra quelle mangiate e quelle rimaste è sempre dieci. Con gli indici che riguardano il lavoro questa logica lineare non si applica.

Leggiamo dal sito ISTAT che:

  • Le persone occupate comprendono le persone che nella settimana di rilevazione hanno svolto almeno un’ora di lavoro
  • Le persone in cerca di occupazione comprendono le persone che hanno effettuato almeno un’azione attiva di ricerca di lavoro nei trenta giorni precedenti, disponibili a lavorare, entro le due settimane successive, o inizieranno un lavoro entro tre mesi

I numeri che riceviamo, e sui quali si forma l’immagine sociale e la rappresentazione del momento, sono quelli del:

  • tasso di disoccupazione: rapporto tra le persone in cerca di occupazione e le forze di lavoro
  • tasso di occupazione: rapporto tra gli occupati e la popolazione

A differenza della nostre mele, quindi, la somma dei due tassi non produce l’unità, per il semplice motivo che sono tarati su modalità e variabili differenti pur parlando della stessa cosa.

Da noi la narrazione dei dati, che a marzo 2016 ci dice che: il tasso di occupazione è 56,7%, il tasso di disoccupazione è 11,4%, il tasso di inattivi è 35,9%. Curiosamente per delle percentuali, il totale è 104.

Tralascio di entrare e dilungarmi nella bontà delle varie narrazioni, rispetto a cui ognuno può aderire secondo preferenza. La cosa qui più interessante, è il raffronto con la realtà.

A fronte delle varie narrazioni che vengono fatte per spiegare l’andamento dei numeri sul lavoro, ci sono altri numeri che possono per-turbare le narrazioni.

Sono i numeri delle povertà assoluta, che riguarda quasi il 7% della popolazione, o i 6 milioni e mezzo di pasti distribuiti dalle sole mense Caritas. La realtà appare nel quotidiano, nel fare, nel prendersi cura. Come dicevo prima, le narrazioni abbondano. Nel mentre, oltre il 14% della popolazione non ha i mezzi per procurarsi con continuità il cibo.

L’esperienza quotidiana parla questa lingua, che viene confermata anche dai dati europei: dal 2008 al 2012, mentre in Italia è cresciuta del 12,3%, in altri paesi è diminuita.

Ci sono altri piani che intervengono, come il numero degli sfratti eseguiti, che supera abbondantemente i 35 mila, a cui si accompagna il numero di 155 mila richieste di sfratto.

Nella quotidianità, sono 100 persone che perdono la casa al giorno. E sono oltre 400 che vivono con un nuovo annuncio di sfratto ogni giorno. 400 ieri. 400 oggi. Altre 400 domani e dopodomani, e così via.

I colleghi sistemici ci ricordano che nulla accade per caso, ma ha sempre un suo livello funzionale. La questione interessante è di chi sia la funzione, e quale funzioni sia. In questo movimento, il risultato netto sembra quello di consentire a chi costruisce la narrazione di operare a proprio piacimento per metafora, metonimia, forclusione. A godimento.

Il discorso diventa importante se al centro del discorso ci sono le persone che vivono queste situazioni, in cui ciò che viene meno è il senso del tutto. Tutto il senso del tutto. Il senso della norma e dell’equilibrio che discende dalla “normalità” (con tutte le virgolette del caso).

Quando una situazione nella dimensione individuale si sviluppa su una base quotidiana caratterizzata dalla mancanza di normalità e certezze (economiche, abitative, sociali, esistenziali), e incontra una cultura che slitta dal paradigma dei diritti a quella delle opportunità, spesso ne consegue un ripiegamento difensivo per consentire alla persona di reggere allo slittamento dalla “mancanza di normalità” alla “normalità della mancanza”. La centratura non può che diventare interna, e si perdono i confini delle determinanti esterne e delle variabili più complesse. Nella “normalità della mancanza” rimane e permane la paura, che con il tempo diventa senza nome, perché ne ha troppi, come troppe possono essere le cause e le origini, che diventano apparenti, non dirette e non immediatamente individuabili. È la genesi dell’angoscia esistenziale.

È sottile ma sostanziale il collegamento tra una dimensione individuale duplicata per tutti i quotidiani, moltiplicata dal numero di persone che la vivono e la dimensione collettiva e politica.

Il fatto di partenza è l’accorpamento dell’unità “inclusione sociale” nell’unità “disabilità” all’interno al DG Employment and social Affair della Commissione Europea. Questo movimento è interessante per le derive che può rischiare di ingenerare un movimento organizzativo.

Una di queste è di accodarsi all’impossibile dibattito se sia nato prima l’uovo o la gallina, dimenticando la differenza sostanziale tra una condizione sanitaria e una condizione sociale.

La differenza è infatti sostanziale e passa su registri diversi: giusto per chiarire, la disabilità ha cause endogene (genetiche) ed esogene (ambientali), mentre le cause della marginalità sociale sono multiple (individuali, economiche, sociali, relazionali …). C’è poi una differenza sostanziale tra i sintomi (che rappresentano la manifestazione della malattia) e la struttura.

C’è un’altra differenza sostanziale: in termini strutturali, mentre la disabilità dura tutta la vita, la marginalità non dovrebbe esserlo, a meno che non permangano o vengano rese immutabili le dimensioni multiple che connaturano la povertà.

La disabilità e la marginalità non hanno nulla in comune sia in termini di macro-condizioni che di cause. Ogni pensiero contrario a queste evidenze empiriche, scientifiche, storiche ed etiche, implica un ritorno al pregiudizio del “senza fissa dimora” e della “destrutturazione personale”, della devianza come paradigma di riferimento.

Ciò che accade è un processo altro da queste derive: l’esperienza della marginalità grave ha effetti sulla struttura psicologica delle persone, a partire dalla prospettiva esistenziale che viene sostituita da strategia di sopravvivenza.

La ripetizione di strategie di sopravvivenza su base quotidiana, così come la ripetizione delle mancanze trova nella cronicità un movimento regressivo. Come ogni regressione è un movimento difensivo, anche se passivizzante nei termini del risultato netto. Quando la passività incontra gli stereotipi sociali, nasce lo stigma della devianza e della disabilità sociale. Pensieri arcaici, visioni sociali conservative e pericolose.

Nella mia esperienza professionale, oltre che umana, il punto di vista non può che essere divergente: è un pensiero radicalmente altro, e ruota intorno a pochi, semplici punti essenziali.

L’ospitalità di per sé stessa non è inclusione (accommodation is not inclusion), ma solo un suo punto di partenza e di riduzione del danno.

Il disagio non è disabilità.

La marginalità non è una condizione strutturale; è una condizione sociale, economica, relazionale, esistenziale.

L’unica cosa che accomuna la disabilità e la marginalità è che non sono un problema prese su base individuale, come non sono un problema le persone che le vivono. Sono condizione di cui prendersi cura, in cui insegnare la cura e il prendersene cura, alle persone che le vivono.

L’unico problema è la possibilità e il grado di accesso ai diritti e alle risorse

www.paolobrusa.it

www.paolobrusa.eu