Sì al modello Housing first.

Ma adattato al contesto e al welfare italiano. Parla Stefano Galliani, presidente nazionale fio.PSD  (scarica il PDF)

«Puro non so. Ma certo profetico…»

 

Sì all’Housing first. Ma contestualizzato nel panorama italiano. Prevedendo forme di accompagnamento sociale prima dell’assegnazione dell’alloggio. E ripensando dal basso il modello d’intervento sociale. Il tutto partendo da una fotografia, europea e nazionale, del fenomeno dell’homelessness. È questo, in sintesi, il pensiero di Stefano Galliani, presidente della Federazione italiana degli organismi per le persone senza dimora (Fio.psd), organismo promotore del Network Housing first Italia.

 

Presidente Galliani, che opinione hanno gli italiani delle persone senza dimora?

Registro un interesse sempre maggiore riguardo alla condizione degli homeless, favorito senz’altro dalla situazione di crisi, che porta le persone a sentirsi molto più a rischio di prima. Ma mi pare che la sensibilità generale sia ancora legata allo stereotipo del clochard, mentre la realtà è molto più complessa e variegata.

 

Disagio abitativo: sul fenomeno esistono dati di conoscenza sistematici e adeguati?

In Europa e in Italia manca una ricerca estesa, che analizzi l’intera scala del disagio abitativo. Ci sono dati ancora molto poveri, che non esprimono, se non in modo superficiale, la reale complessità di condizioni e bisogni. Anche in Europa non si investe su una raccolta efficace di dati, che fotografi l’incidenza del problema e permetta comparazioni. Il Parlamento europeo sta sollecitando la Commissione, che però non ritiene di essere il soggetto promotore di una strategia europea comune sull’homelessness e il disagio abitativo, e sollecita a sua volta l’attività dei singoli stati.

 

In Italia ci sono gli strumenti, operativi e culturali, per sostenere un nuovo approccio al tema della lotta all’homelessness?

Io credo che Housing first sia uno slogan fondamentale per muovere la politica e le coscienze, per chiarire che non è più possibile considerare i senza dimora come persone che si possono accontentare di un piatto in mensa o un letto in dormitorio. Ma nella sua concezione più pura, Housing first non corrisponde né alla cultura dei servizi sociali italiani, né alle nostre capacità tecniche di sostegno alla persona. In Italia non siamo preparati per un Housing first puro. Dobbiamo piuttosto elaborare forme progettuali che abbiano la casa come elemento determinante, ma prevedano forme di accesso e accompagnamento sociale articolate.

 

Cosa ci divide dagli altri contesti?

L’approccio Housing first è concepito all’interno di sistemi culturali e di welfare profondamente diversi da quelli mediterranei, nei quali si cerca di mettere in relazione la persona con la comunità circostante. Nei paesi anglosassoni, la focalizzazione è sull’individuo. Altro elemento culturale differente è che l’Housing first puro è basato sulla cosiddetta “riduzione del danno”, ovvero sulla teoria che una persona, se inserita in un alloggio, possa ridurre il rischio di devianza sociale o l’abuso di sostanze: ma tale modello non è prioritario in Italia, e nella nostra cultura dei servizi. Infine, a proposito di soggetti segnati da disagio psichiatrico, non bisogna trascurare la necessità di percorsi di accompagnamento significativi prima dell’assegnazione della casa e durante la permanenza, per evitare che ci sia, in realtà, un peggioramento della situazione.

 

Dunque da noi quell’approccio va cambiato?

Il periodo attuale impone di riformare il sistema dei servizi sociali, a causa della restrizione delle risorse finanziarie. In questo quadro, occorre capire se la risposta Housing first sia anche conveniente; dato non ancora certo, almeno nel nostro paese. Invece è certo che la riconversione globale del welfare apre spazi sempre più ampi alla contaminazione tra servizi formali e risposte informali, tra istituzioni e soggetti sociali. E ci impone di costruire comunità locali accoglienti, che sappiano rispondere anche in termini di reciprocità e mutualità alle fragilità che in esse si manifestano. Il tema dell’Housing first non è avulso da questo cambiamento di quadro. Ripeto: non so dire quanto e come noi potremo applicarlo nelle sue forme pure, ma ci esorta a ripensare i servizi, nel segno della loro de-istituzionalizzazione e della responsabilizzazione dei beneficiari degli interventi. Una sfida doppia. E profetica.