Qual è il clima intorno ai senza dimora? Perché la politica li trascura? Quali le sfide per chi li aiuta?
Intervista a Pezzana, confermato presidente Fio.psd.
(intervista realizzata dalla redazione del giornale di strada Scarp de’ tenis - comparirà sul numero di aprile della rivista)
Con gli homeless, nostro specchio
Paolo Pezzana triplica. Venerdì 26 marzo l’assemblea dei soci di Fio.psd lo ha confermato, anche per il prossimo triennio, presidente della federazione che rappresenta gli organismi che si occupano di persone senza dimora. La rielezione è occasione per capire in quale acquario culturale, normativo e assistenziale nuotano gli homeless e coloro che, in Italia, operano per aiutarli. Acque torbide. Tempeste in corso. Ma lavorando sodo sull’opinione pubblica e sulla politica, oltre che sugli assetti organizzativi e di rete dell’associazionismo di settore, si può tenere desta la speranza.
Dare rappresentanza alle istanze dei senza dimora e di chi li aiuta, fare cultura e formazione sull’argomento: è il mandato della Fio.psd. Ma l’opinione pubblica e del nostro paese e i suoi ceti dirigenti sono interessati ad ascoltare la voce dei marginali? O ne sono infastiditi?
Quando parliamo di ascolto, parliamo di una relazione in cui ci sono un emittente, un ricevente, un messaggio. In questo caso Fio.psd sta dalla parte degli emittenti, ossia dei marginali, il cui messaggio a noi pare molto chiaro, anche se i mezzi attraverso i quali viene espresso sono spesso non verbali, silenziosi, ma non per questo meno “urlanti”. È un messaggio che vuole “dire” in maniera inequivocabile che la povertà degli ultimi è miseria e scandalo, ossia ingiusta negazione di diritti e opportunità fondamentali, naturalmente correlati con il riconoscimento a ciascuno della dignità di persona. Non è dunque una colpa, e tanto meno una scelta, perché si può forse scegliere di vivere con l’essenziale (pensiamo alla povertà “evangelica”), ma non certo scegliere di non avere l’essenziale per vivere.
Il problema sta dunque in chi e come ascolta?
Non voglio arrivare a dire che queste, oggi, in Italia, siano voci senza interlocutori, perché sarebbe eccessivo, anche se alcune recenti scelte politiche del governo Italiano fanno pensare seriamente che a quel livello siedano persone decisamente sorde alla marginalità. Dico però che esistono un ascolto passivo, un ascolto attivo e un ascolto empatico o comprensivo. In generale l’opinione pubblica e i ceti dirigenti di questo paese ascoltano le voci dei marginali molto passivamente. I media, la discorsività pubblica e i documenti politici spesso menzionano tali fenomeni e situazioni, ma non con interesse per colui che emette il messaggio, bensì in nome di altro, sia esso senso di colpa, necessità di mostrarsi compassionevole, preoccupazione o delirio securitario, mero interesse strumentale. E un ascolto solo passivo è qualcosa che prima o poi annoia e disturba, e quindi verrà interrotto. Capita di rado che l’ascolto “pubblico” del fenomeno si faccia se non empatico almeno attivo, ma anche in queste rare occasioni presto si rientra in un più precario ma rassicurante (per l’ascoltatore) ascolto passivo. Si pensi alla vicenda della trasmissione Invisibili, che qualche anno fa ebbe un inaspettato clamoroso successo di ascolto su una rete commerciale, ma venne comunque ben presto relegata in terza serata e poi chiusa. È solo un esempio, ma rende l’idea di quanto accade normalmente.
Le persone hanno una corretta percezione dei motivi che conducono un uomo sulla strada? Resiste ancora il mito del clochard ribelle, anarchico, romantico?
Resiste, anche se non è più dominante. Il motivo è proprio nel fatto che un ascolto passivo delle voci dei marginali non può e non riesce a scalfire gli stereotipi comodi che il “pubblico” e la “politica” borghesi si sono costruiti per allontanare da sé la figura del senza dimora, e rendere impossibile qualsiasi identificazione tra “noi” e “loro”. Quando, nei momenti pubblici di sensibilizzazione che Fio.psd e i suoi soci organizzano, mostriamo come vi possa essere, e quasi sempre vi sia nelle storie delle persone che incontriamo, passaggio senza soluzione di continuità dalla condizione di “integrato” a quella di “escluso” e poi di povero ed emarginato, chi ci ascolta spesso si mostra incredulo, persino irritato. Eppure i fatti parlano da soli, e non abbiamo trovato nessuno in grado di smentire questa continuità…
Sei gravissime aggressioni, quasi mortali, in meno di un anno, da Milano a Napoli. E altri episodi minori. La caccia al senza dimora è un nuovo sport nazionale?
Da sempre nei periodi di crisi si cercano capri espiatori sui quali, più o meno violentemente, scaricare le proprie paure e frustrazioni. René Girard ne ha dato una descrizione magistrale. Non c’è nulla di nuovo in questo. Quella che vedo davanti a me in questa crisi è tuttavia, rispetto al passato, un’Italia particolarmente vile e codarda, in cui quella che Fabrizio de Andrè chiamava “la maggioranza” non osa neppure più cercare capri espiatori capaci almeno di provare a difendersi, e allora da un lato si getta goffamente tra le braccia di populisti immorali e senza scrupoli, dall’altro scarica le proprie pulsioni mortifere laddove minore è il rischio di venire a propria volta colpiti. Non mi stupisce che i senza dimora, persone considerate come “senza relazioni” e senza capacità di relazioni con “la normalità”, siano sempre più spesso oggetto di aggressione. Se aggredisco una persona che può reagire, o che mi aspetto che reagisca, instauro comunque una relazione con lei. Con il senza dimora, o per lo meno con lo stereotipo prevalente del senza dimora, questo rischio non lo corro…
Si è fatto l’idea del perché sono spesso ragazzi non ancora maggiorenni a macchiarsi di questi crimini?
Credo che non solo i giovani, ma soprattutto loro, al tempo della crisi abbiano bisogno di conferme del proprio potere, senza esporsi al rischio della relazione. C’è filo conduttore neppure troppo sottile tra questi episodi di violenza e fenomeni come la diffusione di socialità digitali e virtuali più forti di quelle reali, una crescente cosificazione della sessualità, il successo crescente di videogiochi a inaudita violenza dove ci si identifica con il “cattivo”. Non è la norma, però un legame c’è.
Molti episodi violenti vedono però protagonisti anche i senza dimora, disperati contro disperati. È una tendenza che si sta consolidando? E ha cause individuabili?
Non parlerei né di tendenza né di consolidamento. Credo che episodi di violenza e sfruttamento reciproco facciano purtroppo parte strutturalmente da sempre dell’ambiente della strada. Dipingere la strada come un luogo di mutua solidarietà tra gli emarginati costretti a viverci è una visione stereotipata, né più né meno di quanto lo è quella del romantico clochard. In ogni caso credo si possa dire che, essendo le persone senza dimora per l’appunto persone, anch’esse risentono del clima e delle condizioni culturali dell’ambiente in cui vivono. Come vari autori hanno messo in rilievo, la strada è un po’ un palco su cui le persone senza dimora sono costrette 24 ore su 24 a mettere in scena la propria nuda esistenza, e la nuda esistenza della società di cui sono figura. È una sorta di teatro delle miserie di tutti noi, rappresentazione cruda ed essenziale, violenta a volte. Ma non meno violenta di quella che, più subdolamente, propinataci ogni giorno da media commerciali e telegiornali. A essere messo in scena, sulla strada e nelle altre rappresentazioni pubbliche della vita sociale, è il potere e il modo in cui si manifesta sui corpi e sulle vite delle persone. Perché stupirsi se esso, a volte, tra le persone senza dimora si fa vedere nella sua forma più nitida e originaria, che è la violenza competitiva?
In questi anni ha avvertito trasformarsi la galassia della vita sulla strada?
A rischio di andare contro corrente rispetto al pensiero diffuso tra gli operatori, io più che trasformazioni ho notato processi di adattamento. E purtroppo di adattamento negativo per le persone più deboli. È un dato di fatto che la “galassia della strada” è stato uno dei luoghi più sfruttati e negletti della tarda modernità. La strada come discarica, l’emarginazione come prigione sociale a cielo aperto sono senz’altro due caratteristiche intrinsecamente correlate con il modello di sviluppo globalmente inseguito negli ultimi trent’anni. Migrazioni, precarietà delle condizioni di vita dei marginali, indebolimento delle posizioni di diritto soggettivo e delega del dovere naturale di solidarietà civica alla “compassionevolezza” pubblico-privata sono tra le costanti di questo tipo di sviluppo.
L’arrivo degli stranieri, la diffusione delle “favela” urbane, le resistenze dei “cronici” agli interventi di aiuto (emergenziali): quale fenomeno ritiene più emblematico, nel momento attuale?
La cronicità non esiste, in quanto caratteristica personale dei soggetti in condizioni di disagio. L’esperienza di quasi trent’anni di servizi in Italia dimostra che esiste per tutti la possibilità di risollevarsi dalla strada e conseguire un qualche grado di autonomia sostenibile. Si tratta però di possibilità che implicano una ricerca, un accompagnamento, un lavoro di cura durevole, che ha costi e produce, in fondo, una persona recuperata a una cittadinanza dignitosa. Ecco, nella tarda modernità questo obiettivo ha cessato di essere rilevante, politicamente e socialmente, perché ha preso campo e conquistato egemonia il modello della società sempre più competitiva degli adeguati. Cronica è dunque diventata la mancanza di risorse e investimenti nel campo dei servizi socio-assistenziali, ma del resto a chi dovrebbe interessare, in una società socialmente darwinista, il destino dei perdenti? Per questo, tratto emblematico della “galassia della strada” continua ad apparirmi la realtà di coloro che stanno in fondo alla spirale della “disaffiliazione”; coloro per i quali l’adattamento negativo alla vita in strada ha comportato un’apparente totale inerzia vitale e una resistenza pervicace alla presa in carico. Queste figure ci sono sempre state, ma la loro identità è il luogo maggiormente rivelatore della tragedia dell’emarginazione grave. Purtroppo però il fatto che ci siano sempre stati non equivale al fatto che siano sempre gli stessi. Bisogna conservare la capacità e la forza per distinguere “un barbone dall’altro”. Perciò è fondamentale tenere lo sguardo su di loro.
Ogni inverno le grandi città scoprono che il freddo è un’emergenza: perché siamo incapaci di politiche organiche di contrasto dell’homelessness?
Perché a nessuno interessa! E a ciò si aggiungono altre più radicate incapacità della politica italiana. In questi anni, anche basandoci sulle migliori prassi europee, Fio.psd e altri enti, per esempio Caritas Italiana, hanno provato in svariati modi a proporre quadri organici di lotta alla povertà. I risultati sono sempre stati nulli, l’esito deprimente. Del resto quando l’Italia, dopo più di cento anni, si è dotata di uno strumento legislativo nazionale idoneo, almeno sulla carta, a contrastare la povertà (la legge 328/2000), la stessa maggioranza che l’aveva voluta l’ha prontamente distrutta, approvando una riforma costituzionale detta federalista apparentemente sensata, ma in realtà sciagurata, fatta senza infrastrutture. E rivelatrice di quanto poco conti l’esistenza di dispositivi di governance fondati non su appetiti politici immediati.
In Europa sanno fare di meglio? Vinceremo il fenomeno entro il 2015, come ha chiesto il parlamento europeo?
In Europa sanno praticamente tutti fare meglio di noi, almeno nella Ue. Lo dico sulla base di una esperienza personale pluriennale, e per certi versi dolorosa. di viaggi e studi sulla homelessness. L’Unione Europea, anche grazie all’azione del network Feantsa, di cui Fio.psd è membro italiano, sta facendo parecchio per cercare di armonizzare le politiche dei diversi paesi, spingere all’adozione di strategie nazionali di contrasto, sensibilizzare tutti i livelli politici. In Portogallo, per esempio, paese meridionale tradizionalmente avvicinato all’Italia per caratteristiche culturali e politiche e agli ultimi posti, con noi, in molte classifiche di merito in campo sociale, stanno mettendo in campo una capacità di policy making e un livello di risorse notevoli. Noi restiamo fanalino di coda: non fa certo piacere…
C’è speranza che il 2010, Anno europeo di lotta alla povertà e all’esclusione sociale, faccia registrare qualche risultato positivo?
La lotta alla povertà, e l’ambizioso obiettivo dell’Ending Street Homelessness fatto proprio dal Parlamento Europeo su pressione di Feantsa, vanno considerati imperativi morali per una politica che voglia dirsi civile. In qualche parte d’Europa tali obiettivi saranno avvicinati molto, se non proprio raggiunti al 100%. In Italia non sarà così.
Da noi il governo taglia i fondi per le spese sociali e invita i cittadini ad aiutare chi aiuta. Basta questo per battere la grave emarginazione adulta?
Ritengo che il governo italiano abbia imboccato con consapevolezza una via distruttiva e mortifera, non solo per le persone in stato di grave emarginazione adulta, ma più in generale per le persone in difficoltà. Stiamo assistendo silenti, e forse complici, allo scempio delle già scarse risorse sociali di questo paese, sulla pelle dei più deboli. E poiché gli attuali governanti sanno quello che fanno, ne sono a tutti gli effetti colpevoli. “Aiuta l’Italia che aiuta”, lo slogan scelto dal governo per l’Anno europeo 2010, è solo l’ultima drammatica presa in giro, ignobile alterazione del messaggio originariamente proposto dall’Ue, che negli altri paesi si sta diffondendo. Dispiace che una categoria nobile e preziosa come quella del “dono” venga sciupata con tanta banalità da chi dovrebbe garantire che, come ammoniva il Concilio Vaticano II, “non sia dato per solidarietà ciò che è dovuto per giustizia”. L’attuale governo è nefasto per tutti e soprattutto per i più poveri, ma non dimentico che il precedente ha fatto poco di meglio per le persone senza dimora. L’allora ministro per l’economia, Tommaso Padoa Schioppa, cancellò dall’ultima finanziaria, a governo in via di scioglimento, una norma faticosamente ottenuta da tutti noi per creare un fondo di contrasto alla grave emarginazione. Bisognava tagliare e neppure il centro-sinistra ebbe dubbi sul luogo da cui cominciare… Sono comunque governi e governanti legittimamente eletti dalla maggioranza dei cittadini. Vuole la maggioranza degli italiani una politica di paura e annunci ad effetto, che abdichi al dovere politico supremo di occuparsi del benessere di tutti? Se la risposta è si, spero che cresca la quota di coloro che, magari fuori dalle attuali arene del potere, lavorano seriamente per un’alternativa, certamente possibile.
Applicazione delle misure del pacchetto sicurezza, cioè istituzione del registro dei senza dimora presso il ministero dell’interno e nuove regole per l’iscrizione all’anagrafe: a che punto siamo? I timori di norme discriminatorie e lesive dei diritti dei senza dimora sono ancora giustificati?
Sul fronte del registro tutto tace, meno che i nostri timori. Il resto delle norme del pacchetto sono invece già in fase esecutiva, anche se è presto per poter fare un bilancio delle modalità attraverso le quali le amministrazioni locali le applicano. Ad oggi resta la paradossale possibilità che il registro venga disciplinato in maniera favorevole alle persone senza dimora e che quindi, da strumento di controllo con potenziali finalità repressive, si trasformi in opportunità di miglioramento dello status quo. Noi abbiamo fatto pressione sul ministro Maroni affinché agisca con senso di responsabilità e guardando ai bisogni di chi ha più bisogni. Attendiamo fiduciosi, ma l’impossibilità di ottenere informazioni attendibili dal Viminale autorizza a credere che si stia solo tatticamente attendendo la prossima “emergenza sicurezza” creata dai media per brandire anche questo strumento come una clava contro i più poveri. Nonostante tutto sono ottimista, spero che non andrà così.
Tre anni da presidente Fio.psd, dopo due da vice, e ora un nuovo mandato: quali traguardi ha tagliato la federazione in questo periodo?
Fio.psd in questi anni, non certo per mio esclusivo merito, è cresciuta in molte dimensioni, dalla base associativa ai bilanci, dal posizionamento politico nazionale a quello europeo, dalla credibilità delle posizioni alla visibilità mediatica. Niente di tutto questo è però sufficiente sino a che non si riusciranno a produrre cambiamenti nella mentalità politica, nella legislazione e nell’allocazione delle risorse, affinché in Italia si mettano davvero al centro le persone senza dimora e i poveri. Quando guardo a cosa abbiamo ottenuto, quando penso alle tante delusioni incontrate vedendo morire più o meno sul filo di lana proposte legislative e possibili cambiamenti faticosamente costruiti, la mia reazione è simile a quella delle persone senza dimora: viene voglia di abbandonarsi a un destino di sconfitta. A darci forza però stanno molti fattori. Anzitutto la concretezza del servizio quotidiano che i nostri soci continuano a preferire a tante parole ed elucubrazioni. E poi il fatto che la relazione con le persone senza dimora, la loro autenticità, la loro forza di sopravvivenza nonostante tutto sono risorse importanti, per chi entra in relazione con loro e per l’intero corpo sociale. Inoltre lo scenario europeo dimostra che le vie per il cambiamento esistono, sono molte e non sono neppure così difficili da sviluppare.
Quali sono, dunque, le sfide che Fio.psd si appresta ad affrontare?
Fio.psd crede che nell’arco del prossimo mandato si possa lavorare per ottenere una politica nazionale di contrasto alla homelessness, con adeguati strumenti e finanziamenti, e di poter essere interlocutore anche di questo pur pessimo governo nello svilupparla. La fine della ricerca nazionale sulle persone senza dimora e i servizi loro dedicati, in corso con il ministero del lavoro e delle politiche sociali, Istat e Caritas Italiana, e la diffusione dei relativi risultati, che avverrà entro ottobre 2011, saranno un momento importante per provare a raggiungere questo obiettivo. Se poi nel fare questo saremo capaci di consolidare economicamente la federazione e ampliarne ulteriormente la base associativa, avremo di che essere soddisfatti.
Nel nostro paese le iniziative di solidarietà e accoglienza rivolte agli homeless si stanno evolvendo? In quale direzione? Più preparazione e organizzazione, minor slancio volontario?
Potremo rispondere meglio quando avremo i dati sui servizi che la ricerca nazionale sta raccogliendo. A una prima “annusata” del materiale, parrebbe che negli ultimi anni si sia contratta l’offerta di servizi piccoli e delocalizzati, su base volontaria (per esempio, piccole accoglienze in parrocchie e conventi) e si sia rinforzata l’offerta dei grandi centri organizzati, spesso attraverso l’incremento della componente professionale impiegata più che di quella volontaria. Ciò, in un periodo di crisi e contrazione della spesa pubblica per servizi, sembra comportare naturali ripercussioni sulle capacità di offerta di tali servizi e sulla loro sostenibilità. Non mi stupirebbe quindi se alla fine della ricerca emergesse che, a fronte di una crescita della domanda di servizi da parte delle persone senza dimora, l’offerta si è indebolita. Né mi stupirebbe se a una rilevazione successiva apparisse un riequilibrio delle due componenti, dovuto ad un calo della domanda. Nell’ambito dei servizi alle persone senza dimora, infatti, vige una legge solo apparentemente antitetica rispetto a quella di mercato: è l’offerta che crea la domanda, non viceversa. Ci sono tuttavia anche tendenze positive; sono queste che vanno incentivate ed aiutate, non solo facendo pervenire loro più donazioni da privati, ma rinforzandone le possibilità e i collegamenti di rete. E facendone possibili buone prassi, da replicare entro un quadro strategico nazionale coordinato ed efficace. È questo che fa la differenza nel campo dei servizi.
Cosa direbbe oggi a una persona, in particolare a un giovane, per convincerlo a spendere parte del proprio tempo in un’iniziativa di aiuto alle persone senza tetto?
Quello che in effetti già dico quando mi capita di parlare ai giovani e di fare questa proposta: “Prova, è come guardarsi allo specchio”. Un po’ duro e riduttivo, ma generalmente efficace…














