La povertà estrema in Italia. Intervista a Cristina Avonto, Presidente della Federazione italiana degli organismi per le persone senza dimora

Intervista a cura di Luchino Galli e Maria Cabri, blogger e mediattivisti.

L’Italia, dopo la Grecia, è il Paese della zona euro nel quale la popolazione è più esposta al rischio di povertà ed esclusione sociale ma, con la Grecia, è l’unico Stato membro dell’Unione europea privo di un piano nazionale che le contrasti. Nel 2013, in base ai dati Istat, le persone in condizioni di povertà relativa in Italia erano 10.048.000 (il 16,6% della popolazione) e quelle in povertà assoluta 6.020.000 (il 9,9% della popolazione), 1.206.000 in più rispetto all’anno precedente.

E, come precisa l’Istat, “la stima della povertà assoluta non si riferisce e non include la povertà estrema, la popolazione cioè dei senza dimora”. Eppure nel 2013 solo lo 0,7% della spesa pubblica per la protezione sociale è stata destinata al contrasto della povertà e dell’esclusione sociale, e dal 2008 (anno in cui è deflagrata la crisi economica) al 2013 il Fondo nazionale per le politiche sociali è stato ridotto del 76,5%.

Quali le Sue valutazioni in merito?

Nel nostro Paese mancano piani nazionali organici che affrontino in termini programmatori, oltre che emergenziali, i temi del welfare, a partire dal contrasto alla povertà e all’esclusione sociale. Ogni giorno, milioni di persone sperimentano condizioni di vita degradanti e gravi deprivazioni non solo materiali, ma anche e soprattutto relazionali, confrontandosi con la mancanza di opportunità di uscire da un simile stato. La peggior cosa è non avere più speranza in nulla! Anche la gestione del fenomeno immigratorio, tristemente alla ribalta della cronaca, patisce una mancanza analoga e va a creare ulteriori sacche di povertà assoluta.

Come fio.PSD combattiamo ogni giorno per portare a dignità questi temi, perché vengano affrontati con la serietà che la situazione richiede. Oggi il dialogo istituzionale che abbiamo sempre voluto fiduciosamente mantenere ci apre qualche timido spiraglio. Il Dipartimento del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, diretto dal dott. Tangorra, ha disegnato le linee di quello che potrebbe essere il primo piano nazionale di lotta alla povertà. Fio.PSD è stato il partner tecnico del Ministero e in collaborazione con le 12 aree metropolitane stiamo concludendo la stesura delle “Linee di indirizzo per il contrasto alla grave emarginazione adulta in Italia”; un risultato epocale in questi tempi perché, se ci sarà la volontà, indicherà alle Regioni gli standard minimi di erogazione dei servizi, standard su cui si stileranno successivamente i criteri per l’erogazione dei finanziamenti nazionali.

In questo panorama si inserisce anche il nuovo settennio di programmazione dei fondi strutturali: per la prima volta in Italia abbiamo un PON Inclusione, cioè un piano operativo nazionale che vede il tema dell’inclusione sociale al centro dei suoi interventi: politiche sulla famiglia, dispersione scolastica e formazione professionale, inserimento al lavoro, reinserimento dopo la carcerazione, immigrazione, parità di genere e violenza domestica… La fio.PSD monitorerà sul miglior uso di questi stanziamenti: si deve portare il nostro sistema a pensare in termini programmatori e non solo emergenziali.

E poi ogni giorno siamo vicini alle persone, dando loro una speranza: se perdessimo il contatto quotidiano con le persone per la cui tutela operiamo, avremmo già smarrito il senso del nostro operare. Questo per me è veramente un messaggio importante: i poveri non si studiano sui libri; povero può diventare ciascuno di noi, in ogni momento difficile della vita.

Presidente Avonto, è possibile definire la povertà? E la povertà estrema?

Nei Principi guida delle Nazioni Unite su povertà estrema e diritti umani adottati dal Consiglio dei Diritti umani delle Nazioni Unite il 27 settembre 2012, la povertà è definita come “una condizione umana caratterizzata dalla privazione continua o cronica di risorse, capacità, opzioni, sicurezza e potere necessari per poter godere di un tenore di vita adeguato e di altri diritti civili, culturali, economici, politici e sociali”. In questo contesto la povertà estrema è a sua volta ivi definita come “una combinazione di penuria di entrate, sviluppo umano insufficiente ed esclusione sociale”. Essa è quindi un intreccio di povertà di beni materiali e povertà simbolico-esistenziali, sia assolute che relative, che si combinano in situazioni personali multidimensionali e complesse, le quali conducono alla deprivazione materiale, all’esclusione sociale e all’emarginazione di chi ne è colpito.

Chi sono e quanti sono gli homless in Italia?

Nella lingua italiana numerosi termini ed espressioni denotano gli homeless e la loro condizione di homelessness: persona senza dimora (quella più diffusa), senza fissa dimora, clochard, barbone, grave emarginazione adulta, povertà estrema, deprivazione materiale, vulnerabilità, esclusione sociale… Non si tratta di sinonimi, ma di termini ed espressioni che colgono ciascuna diversi aspetti di un fenomeno sociale complesso, dinamico e multiforme che non si esaurisce alla sfera dei bisogni primari, ma investe l’intera sfera delle necessità e delle aspettative della persona, coinvolgendo anche il profilo relazionale, emotivo e affettivo.

La Federazione Europea delle organizzazioni che lavorano con persone senza dimora (FEANTSA) ha sviluppato negli ultimi anni una classificazione, chiamata ETHOS, che è diventata il punto di riferimento maggiormente condiviso a livello internazionale. Attraverso l’assunzione dell’abitare come condizione imprescindibile per l’inclusione sociale (la dimora è quel luogo stabile, personale, riservato ed intimo nel quale la persona può esprimere liberamente e in condizioni di dignità e sicurezza il proprio sé, fisico ed esistenziale), ETHOS si pone la duplice finalità di far conoscere i percorsi e i processi che conducono all’esclusione abitativa e di offrire una definizione misurabile, comune ai vari Paesi europei, e che può essere aggiornata per tenere conto delle evoluzioni del fenomeno.

E’ evidente che la classificazione ETHOS fa rientrare nel campo del disagio abitativo e della homelessness situazioni che in Italia non si è abituati a considerare come tali, quali ad esempio quelle inerenti alle vittime di violenza domestica o al sovraffollamento; ciò ha delle implicazioni importanti in tema di percezione della povertà, della povertà estrema e del rischio di esclusione sociale. Al di là delle persone conteggiate in strada esistono, in base ad ETHOS, situazioni di homelessness “nascoste”, che generano come le altre un disagio multiforme e complesso, esprimono pur sempre un problema abitativo e richiedono anch’esse una risposta sociale organizzata orientata a risolverlo.

Il Governo italiano ha deciso di fare propria questa classificazione e l’Istat l’ha utilizzata come base definitoria nella sua prima ricerca nazionale sulle persone senza dimora in Italia. Nel 2011 – nell’ambito di questa ricerca realizzata in collaborazione col Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, la fio.PSD e la Caritas italiana – l’Istat ha rilevato che: “le persone senza dimora che, nei mesi di novembre-dicembre 2011, hanno utilizzato almeno un servizio di mensa o accoglienza notturna nei 158 comuni italiani in cui è stata condotta l’indagine sono stimate in 47.648. La stima è di tipo campionario ed è soggetta all’errore che si commette osservando solo una parte e non l’intera popolazione: di conseguenza […] il numero stimato di persone senza dimora può variare […] tra 43.425 e 51.872 persone”.

E i dati Istat fotografano solo una parte di questo fenomeno, data la difficoltà di censire una realtà così complessa e mutevole come quella delle persone senza dimora.

Il follow up dell’indagine, condotto da fio.PSD a due anni di distanza, inizia a svelare un fenomeno in considerevole crescita (+17% di persone senza dimora), ma con una tendenza alla diminuzione dei servizi offerti (-13%). Su questi dati non incoraggianti, fio.PSD ha voluto lanciare la sfida di una progettualità innovativa: l’housing first.

Di cosa si tratta?

Il Network Housing First Italia (NHFI), istituito da fio.PSD nel febbraio del 2014, ha come modello di riferimento il programma “Pathways to Housing”, fondato dallo psicologo Sam Tsemberis a New York all’inizio degli anni Novanta e basato sull’assunto che la casa è un diritto umano primario.

Ad oggi oltre 50 organizzazioni pubbliche, private e del privato sociale hanno aderito al network promosso e coordinato da fio.PSD e hanno sottoscritto un protocollo di intenti per favorire percorsi innovativi di autonomia abitativa e inclusione sociale. I destinatari del progetto sono persone senza dimora (PSD), tra cui PSD croniche (segnalate dai servizi notturni locali), PSD con problemi di salute mentale, padri soli, nuclei familiari in grave disagio socio-abitativo, migranti, detenuti ed ex detenuti.

La sperimentazione è partita il 1 ottobre 2014. Sono principalmente 5 le azioni che in questa fase di start up del programma vedono impegnati i membri del NHFI:

  • mappatura del bisogno;

  • identificazione dei potenziali utenti;

  • reperimento degli appartamenti (appartamenti medio-piccoli, situati in zone centrali della città per favorire il reinserimento sociale dei partecipanti ed evitare la formazione di ghetti);

  • attività di dialogo pubblico-privato per la collaborazione inter-istituzionale e il reperimento delle risorse necessarie a finanziare il programma;

  • reclutamento dello staff per la creazione di equipe HF multi-disciplinari.

Gli appartamenti vengono messi a disposizione del gestore del programma a prezzi calmierati; l’inquilino può contribuire al pagamento di una parte del canone di locazione, eventualmente attraverso indennità o compensi derivati da lavori di manutenzione o di utilità sociale, visto che in Italia non è ancora stato istituito un reddito minimo garantito, fatto che costituisce uno dei principali ostacoli all’avvio dell’HF.

Molti studi hanno evidenziato le ricadute positive del modello HF: la disponibilità di una casa si traduce in benessere psicofisico, aumento dell’autostima, recupero del senso di appartenenza ad una comunità, e in una sostanziale riduzione dei costi a carico della collettività.

“Ho 43 anni, mi chiamo Marina. Ero una persona come tante altre, vivevo del mio lavoro, poi la mia ditta ha chiuso. Ho cercato per mesi un lavoro qualsiasi, finiti i risparmi ho perso la casa e sono finita per strada”. Quello di Marina è un percorso isolato?

Ben il 61,9% delle persone senza dimora ha perso un lavoro stabile! Il Rapporto Istat Persone senza dimora precisa: “La perdita di un lavoro si configura come uno degli eventi più rilevanti del percorso di progressiva emarginazione che conduce alla condizione di senza dimora, insieme alla separazione dal coniuge e/o dai figli e, con un peso più contenuto, alle cattive condizioni di salute. […] Sono solo una minoranza coloro che non hanno vissuto questi eventi o che ne hanno vissuto uno solo, a conferma del fatto che l’essere senza dimora è il risultato di un processo multifattoriale.”

Vivere per strada causa invecchiamento precoce e gravi problemi di salute. Dal rapporto 2014 dell’Observatoire National de la Fin de Vie emerge come le persone senza dimora abbiano un’aspettativa di vita di soli 49 anni vivendo, in media, 28 anni in meno rispetto al resto della popolazione francese. Carmen Orlotti, di Medici Senza Frontiere, ha dichiarato: “il sistema sanitario italiano non è attualmente in grado di assistere le persone senza dimora nonostante il fatto che esse siano da tre a sei volte più esposte al rischio di ammalarsi rispetto alle persone che hanno una casa”. Infatti nel nostro Paese le persone senza dimora prive di residenza anagrafica non possono iscriversi al Servizio sanitario nazionale, non possono scegliere un medico di base, ottenere la prescrizione di farmaci e di visite specialistiche, fruire di cure continuative. Cosa si può fare?

In merito, la fio.PSD sostiene l’azione del socio Avvocato di Strada Onlus riconoscendo come urgente e non più differibile la modifica dell’articolo 19 della legge 23 dicembre 1978, n. 833, istitutiva del servizio sanitario nazionale, per dare la possibilità a chi è privo della residenza anagrafica di iscriversi negli elenchi del sistema sanitario nazionale del Comune in cui si trova e di accedere alle prestazioni sanitarie. Nel nostro Paese circa 19mila italiani vivono in strada e sono potenzialmente privi di residenza anagrafica.

Cito sempre l’esempio di un nostro assistito di 65 anni, con diversi problemi di salute tra cui una grave ipertensione; non viene curato e le sue condizioni peggiorano, fino alla comparsa di un ictus che paralizza metà del suo corpo. Le notti d’inverno è costretto a rimanere immobile finché letteralmente non congela. Gli amici lo portano in ospedale e a quel punto gli devono amputare mani e piedi. Ora vive da anni a carico dello Stato, in una struttura per persone non autosufficienti. Proprio chi vive in strada e non può curarsi è più esposto a dure condizioni – quali il freddo, la malnutrizione, la scarsa igiene, la carenza di sonno, lo stress – che sono all’origine di gravi patologie, anche croniche, destinate ad aggravarsi e a mettere a rischio la stessa vita. Inevitabile la ricaduta sulla spesa pubblica.

Ma è davvero impossibile per il nostro Stato, che garantisce cure a 60 milioni di cittadini, farsi carico di altri 19mila italiani che vivono per strada, colmando così una lacuna non degna di un Paese civile?

Che ne è del rispetto della nostra Costituzione? Dell’articolo 32, “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Dell’articolo 3, “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione […] di condizioni personali e sociali”?

Che ne è del rispetto della dignità umana?

Attualmente, in materia di assistenza sanitaria alle persone senza dimora, è in discussione alla Commissione Igiene e Sanità del Senato il ddl n. 86 (connesso col ddl n. 1619), che Avvocato di Strada Onlus ha contribuito a scrivere. E’ una nostra vecchia battaglia ed è già stato presentato in tre legislature. Se il disegno di legge fosse approvato, finalmente sarebbe riconosciuto alle persone che vivono in strada il diritto alla salute e alle prestazioni sanitarie!

Il 29 gennaio 2014 il Consiglio d’Europa ha diffuso il rapporto sull’attuazione della Carta sociale europea da parte degli Stati membri. Secondo il Comitato europeo dei diritti sociali, che ha realizzato il rapporto, “l’Italia non ha dimostrato di aver adottato misure adeguate per combattere la povertà e l’esclusione sociale”. Tra le violazioni della Carta sociale europea, contestate all’Italia dal Comitato, la mancata istituzione di un reddito minimo garantito come misura di inclusione sociale e di contrasto alla povertà. Anche nel rapporto “Social investment in Europe”, redatto dall’European Social Policy Network per la Commissione europea e pubblicato il 24 aprile 2015, è evidenziato come la mancanza di un reddito minimo garantito, nel nostro Paese, dimostri “l’assenza di una strategia complessiva nei confronti dell’indigenza e dell’esclusione sociale”. Cosa ne pensa?

Condivido appieno tali notazioni. Nel 2013, in base ai dati Istat, erano 6.020.000 (tra cui 1.434.000 minorenni) le persone in povertà assoluta, in Italia, che non raggiungevano uno standard di vita minimamente accettabile: non erano in grado di alimentarsi appropriatamente, di far fronte a spese basilari – come quelle per la salute, i vestiti, i trasporti – costrette in situazioni abitative inadeguate. Milioni di persone nella maggior parte dei casi escluse da ogni rete di protezione se non caritativa, in quanto l’Italia rimane l’unico Paese dell’Unione europea, insieme alla Grecia, privo di un piano nazionale contro la povertà assoluta.

Per contribuire alla promozione e alla costruzione di adeguate politiche pubbliche contro la povertà assoluta, all’inizio del 2014 è stata costituita, da diversi soggetti sociali, l’Alleanza contro la Povertà in Italia, della quale è coordinatore scientifico il sociologo Cristiano Gori; tra i soci fondatori anche la fio.PSD. L’Alleanza chiede “al Governo italiano di avviare al più presto un Piano nazionale contro la Povertà, di durata pluriennale”, che introduca il Reddito d’Inclusione Sociale (REIS).

Il REIS, come scritto nel documento politico dell’Alleanza, “assicura a chiunque sia caduto in povertà un insieme di risorse adeguate a raggiungere una condizione materiale decente e – dove possibile e/o necessario – a progettare percorsi d’inserimento sociale e lavorativo. La sua introduzione permetterebbe di dare al nostro Paese quella politica contro la povertà sinora mancante, capace, allo stesso tempo, di assicurare a tutti una vita dignitosa e di offrire strumenti per cambiarla (vigilando che ciò accada) a chi è in grado di farlo”.

Destinatari del REIS sono le persone e le famiglie in povertà assoluta di qualsiasi nazionalità, purché presenti in Italia in forma regolare da almeno 12 mesi; i beneficiari riceverebbero mensilmente “una somma pari alla differenza tra la soglia di povertà e il proprio reddito” e, quando necessario, “servizi sociali, socio-sanitari, socio-educativi o educativi”, affinché possano costruire percorsi per uscire dalla condizione di marginalità. I destinatari, che abbiano un’età compresa tra 18 e 65 anni e siano ritenuti abili al lavoro, “devono attivarsi nella ricerca di un impiego, dare disponibilità a iniziare un’occupazione offerta dai Centri per l’impiego e frequentare attività di formazione o riqualificazione professionale”. Il REIS, che a livello locale verrebbe gestito innanzitutto da Comuni e Terzo Settore, sarebbe introdotto gradualmente nell’arco di 4 anni, a partire da chi è in maggiore difficoltà, allargando progressivamente la propria utenza con una spesa a regime di 7,1 miliardi di euro.

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