Il primo aiuto agli «homeless» parte dal tetto

di Elio Silva,

Le vicende degli “invisibili”, le persone senza risorse e senza tetto che popolano come fantasmi le nostre città, in particolare nelle aree metropolitane, patiscono anche sul piano della comunicazione gli effetti di un bipolarismo anomalo. A rompere l’ordinario disinteresse verso questa umanità sofferente e senza voce, infatti, concorrono randomicamente picchi di attenzione legati a episodi specifici, talvolta di cronaca nera, più spesso coincidenti con una stagionalità avversa (è un classico l’approfondimento giornalistico sugli homeless quando arriva un’ondata di gelo).

Gli stessi interventi delle politiche sociali pubbliche e delle associazioni non profit (che pure sono attivissime e possono mettere in campo esperienze invidiabili ovunque, grazie soprattutto alla forte spinta caritatevole impressa dalla matrice cattolica) si collocano solitamente sul piano dell’emergenza e si rivolgono principalmente al soddisfacimento dei bisogni primari (vestiti, pasti caldi, ricoveri notturni in dormitori). Tutti aiuti lodevoli e imprescindibili, ovviamente, ma che da soli non affrontano alla radice il problema.

Per questo merita di essere segnalata una campagna dal titolo “HomelessZero” che, sull’esempio di alcuni progetti sperimentati con successo negli Usa e in Gran Bretagna, si propone di rovesciare l’approccio, mettendo al primo posto il tema dell’alloggio (“Housing First”) e l’inclusione sociale, nel presupposto che questa modalità di intervento contro la povertà, purché perseguita in modo coerente ed efficace, possa produrre un impatto sociale migliore, con costi economici inferiori.

Non è la quadratura del cerchio, impossibile per questa come per altre grandi emergenze del nostro tempo. È però il segnale che, per la prima volta, quanto meno nel mondo occidentale, il fenomeno dei senza tetto viene affrontato in un contesto esplicito di lotta alla povertà estrema.

Non a caso, giovedì 9 e venerdì 10 si svolgerà a Bruxelles una conferenza europea degli enti di assistenza, dedicata a “Leveraging the European consensus to win the fight against homelessness” , imperniata proprio sul principio dell’”Housing First”, con sessioni specifiche sulle diverse modalità di reperimento delle case e sulla formazione dei volontari.

Il motore italiano di questa mobilitazione è la fio.psd, sigla difficile come la materia di cui si occupa: sta per Federazione italiana organismi per le persone senza dimora, associazione con 110 realtà iscritte, tra cui molte Caritas, cooperative sociali, enti religiosi e organizzazioni laiche. La particolarità della fio.psd è che, fin dalle origini, ha aggregato anche alcuni Comuni (ora aree metropolitane), tra cui Torino, Milano, Genova, Bologna, Palermo e Napoli. «Questo ci aiuta a concertare gli interventi – spiega la presidente nazionale, Cristina Avonto – e rende l’approccio più concreto».

Infatti, tra il 2007 e il 2014 l’associazione ha coordinato, in collaborazione con ministero del Lavoro, Istat e Caritas, la prima e la seconda indagine nazionale sui senza dimora, i cui risultati sono stati presentati nel dicembre scorso al Cnel. Sempre alla fine del 2015 sono state emanate delle “linee di indirizzo per il contrasto alla grave emarginazione adulta” che, per la prima volta, offrono agli operatori indicazioni omogenee su come effettuare gli interventi di assistenza. Anche questo documento è stato prodotto in collaborazione con ministero del Lavoro e Conferenza Stato-Regioni, mentre il Governo ha contestualmente varato un piano nazionale per la lotta alla povertà assoluta, finanziato in gran parte con fondi europei. Tutti segnali di un cambiamento in atto nelle politiche sociali, chiamate a riconsiderare modalità e obiettivi dell’assistenza.

«La condizione di homeless non è facile da superare – ricorda la Avonto – e se non si offrono alternative tende a cronicizzarsi, fino a diventare permanente». Ma quali sono, concretamente, le possibilità di reperire alloggi? «In parte l’Housing First utilizza patrimoni immobiliari pubblici non utilizzati – spiega la presidente –, ma un ruolo decisivo è svolto da privati, che mettono a disposizione mini-appartamenti a canone calmierato, ma con la garanzia del network sia sul pagamento degli affitti, sia sui servizi di accompagnamento che vengono assicurati».

Le esperienze attivate in Italia saranno, da qui in poi, valutate da sette istituti universitari, omogeneamente distribuiti a livello territoriale, per misurare l’impatto sociale delle politiche adottate e gli effetti sulla spesa pubblica rispetto alle ordinarie erogazioni assistenziali.