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Espresso – 27 febbraio 2018

Troppo poveri per votare: migliaia di senzatetto non hanno il diritto di recarsi alle urne

Centinaia di Comuni continuano a disinteressarsi alla questione dei senza fissa dimora. Nonostante ci sia la garanzia della legge italiana

DI LUIGI MASTRODONATO

Qualche giorno fa Michele De Pascale, sindaco di Ravenna a capo di una coalizione di centro-sinistra, ha diffuso un comunicato stampa in cui invitava i senza dimora della città a recarsi alle urne il 4 marzo. “In vista delle prossime elezioni politiche, si ricorda agli elettori iscritti in via dell’Anagrafe come cittadini ‘senza fissa dimora’ che possono esercitare il diritto di voto recandosi al seggio n. 1 allestito presso la scuola primaria di via Filippo Mordani”, si legge sul documento. Il Comune ha indicato poi una serie di informazioni utili correlate, relative al ritiro della tessera elettorale e alla documentazione richiesta.

Quello della città romagnola è un caso virtuoso, che appare più come un’oasi nel deserto che non come prassi consolidata. Per quanto se ne parli molto poco, in Italia le persone senza fissa dimora hanno diritto soggettivo alla residenza presso un Comune – questo al di là dell’effettiva disponibilità di una casa – con tutti i diritti che ne conseguono, tra cui quello di voto.

“Se il senza fissa dimora non ha un recapito o un vero e proprio domicilio nel Comune, ma elegge domicilio al solo fine di chiedere ed ottenere l’iscrizione anagrafica, come suo diritto, si presenta il problema dell’indirizzo da indicare negli atti anagrafici. In tal caso si ravvisa la necessità che anche in anagrafe venga istituita una via, territorialmente non esistente, ma conosciuta con un nome convenzionale dato dall’ufficiale di anagrafe”, spiega un’avvertenza dell’Istat del 1992, che a sua volta riprende la legge anagrafica n. 1228 del 24 dicembre 1954.
Il dispositivo è quello della via fittizia, un indirizzo costruito ad hoc dalle amministrazioni locali, che non esiste materialmente, ma che assume comunque valenza giuridica.

Oggi sono circa duecento i comuni italiani che hanno predisposto una via fittizia al loro interno, una cifra che racconta la buona pratica di alcuni, ma la mala amministrazione di altri. L’inesistenza della via fittizia nel 75 per cento dei comuni italiani con più di 15mila abitanti, in parallelo al silenzio di queste settimane delle amministrazioni locali sul tema – a parte l’eccezione di Ravenna – si traduce in una negazione massiva e volontaria del diritto di voto per i senza dimora.

“In Italia si perde il diritto di voto per incapacità civile, per effetto di una sentenza penale irrevocabile, per particolari casi di indegnità morale. E, anche se non è scritto in Costituzione, se si vive per strada”, spiega Antonio Mumolo, presidente dell’associazione Avvocato di Strada. “Il 4 marzo decine di migliaia di persone, colpevoli unicamente di essere povere, saranno escluse dal partecipare alle votazioni. Si tratta di una palese violazione dei loro diritti costituzionali ma è anche un modo per certificare il più totale disinteresse verso persone che vivono in una situazione di estrema povertà e che in base alla legge avrebbero comunque diritto alla residenza”.

Questa marginalizzazione dei marginali si inserisce perfettamente nel clima urbano attuale, quello delle ordinanze contro i più poveri che imperversano da un capo all’altro del Paese. A dicembre il sindaco di Como Mario Landriscina si è guadagnato le prime pagine dei giornali con il decreto che spingeva mendicanti e senza dimora fuori dal centro storico della città per 45 giorni. A Bologna il Daspo urbano ha colpito un gruppo di senza tetto che aveva trovato riparo sotto i portici di una via centrale, mentre nei mesi scorsi Trieste era invasa da duecento cartelloni con il logo del Comune, che invitavano a non dare soldi ai mendicanti. Misure strettamente correlate al decreto sicurezza del Ministro dell’Interno Marco Minniti, lì dove si chiede, tra le altre cose, “l’eliminazione dalle città dei fattori di marginalità e di esclusione sociale”.

“Ci sono delle amministrazioni che si sono soffermate letteralmente su questo punto del decreto, con l’eliminazione dei fattori di marginalità che si è tradotta in una cacciata di alcune persone dai centri storici per risolvere la questione del decoro”, mi spiega Caterina Cortese, sociologa facente parte della Federazione Italiana degli Organismi per le Persone Senza Dimora (fio.PSD). “Noi ci stiamo muovendo per far sì che i Comuni si attrezzino al meglio per attuare interventi di prevenzione del degrado, di promozione dei diritti umani, di costruzione di una cultura della solidarietà e della coesione sociale, punti che sono comunque previsti in altre parti del decreto”.

L’attività di sensibilizzazione e advocacy che l’associazione sta compiendo in queste settimane pre-elettorali, per garantire l’esercizio del diritto di voto ai senza dimora, va in questa direzione. Tra le iniziative più recenti, c’è la realizzazione di un database con tutte le vie fittizie italiane, un modo per accendere i riflettori sul tema, ma anche una fonte informativa importante sullo stato dell’arte italiano. “L’invito che noi rivolgiamo ai Comuni è quello di riconoscere la residenza fittizia, perché attraverso il riconoscimento dei diritti civili di base si può creare un percorso di inclusione reale”, continua Cortese.

L’attivismo di associazioni come Avvocato di Strada e Fio.PSD è fondamentale, perché oltre all’assenza di vie fittizie in molti comuni, si deve anche far fronte a iniziative che rischiano di mettere in dubbio i diritti civili dei senza dimora lì dove essi sono già garantiti. L’anno scorso l’amministrazione romana di Virginia Raggi ha approvato una delibera che avoca ai servizi comunali tutte le pratiche di iscrizione anagrafica dei senza dimora. Le associazione di terzo settore, che con personale più esperto e a titolo gratuito si erano occupati della questione fino a quel momento, sono state così fatte fuori e questo ha suscitato la loro preoccupazione per una misura che “rischia di non garantire il servizio a tutti i cittadini in situazioni di fragilità sociale”.

In un contesto nazionale generalmente negativo, che in alcuni casi tende addirittura a regredire, ci sono anche le buone notizie. Il mese scorso il Comune di Thiene, in Veneto, ha istituito una via virtuale per l’iscrizione anagrafica dei senza dimora – la Via della Comunità di Sant’Egidio. Segno che nonostante la legislazione sulle vie fittizie esista da decenni, un cambiamento in senso positivo è ancora possibile.

“L’importante è mantenere un atteggiamento propositivo, che tenga anche conto dei casi virtuosi già esistenti. Mi piace pensare a quello di Ravenna, mi piace pensare che già 200 comuni hanno predisposto le loro vie fittizie, mi piace pensare, infine, che in molti il 4 marzo lavoreranno per accompagnare le persone senza dimora a votare”, conclude Cortese. “Aspettarsi una partecipazione di massa alle elezioni di queste persone, gente che ha perso molte cose, è sfiduciata, demotivata, è una missione molto difficile. Noi, però, ci proviamo”.

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